Il cortile

La realtà rimastami incollata come un vestito bagnato, era ieri un cortile;
un cortile illuminato nell’ora che divide il giorno,
un cortile stretto da muri alti come muraglie,
muri grigi e opprimenti ma mai, mai invincibili,
neppure ora, nell’oscurità che unisce x con z e y,
soprattutto ora, nell’ora del finalmente.

(mn, Barcelona, 2010)

083

Su retrato se deshizo en un desparrame lento de pixel grises, pasó de la sonrisa a la calavera antes de disolverse en blanco.

Le scale

Le scale sono ripide, i gradini si susseguono alternando altezze e spessori. In larghezza cinquanta, forse sessanta centimetri, quindici in profondità. Strofino la spalla destra sull’intonaco vecchio di decenni. Il tessuto ruvido raccoglie polvere e frammenti. Accumulo sporcizia con vanità, accolgo lordume gradino per gradino e me ne compiaccio.

Non mi arresto, il percorso è lungo, o almeno così mi dissero. Davanti a me l’oscurità onesta e impietosa non concede speranze o facili promesse. Alle mie spalle, spazzolate d’intonaco e oscurità ad accogliere i momenti di poco precedenti. Lascio che la polvere sollevata  si depositi nel buio e che tappeto diventi per un percorso che nessun occhio mai potrà svelare. Non ho fretta. Perché mai arrancare confondendo una meta certa con un percorso sconosciuto?

Ora sì, mi fermo spossato. Appoggio la schiena alla parete e mi riposo. Mi adagio sui talloni, strofinando la schiena lungo il muro e impolverandomi capelli e spalle. Momenti che scanditi appaiono regolari secondo un computo temporale prestabilito sono, lungo il percorso, distorsioni imprecise senza inizio né fine. Mi sono scoperto a ridere sguaiatamente nel dormiveglia. Appoggiato alla parete, testa china, ginocchia piegate, culo sporco. Non ricordo nulla di quei faticosi cedimenti. Sonni senza sogni, riposi senza ricordi. Solo sensazioni collose simili a racconti di vite estranee. Ho lasciato che il silenzio si riempisse di certezze, speranze, convinzioni intime non necessarie ad espressione. Inutilmente confessabili, inconfutabili, stinte fuori, cariche dentro. Rialzarsi non sempre è piacevole. Spesso faticoso, costretto dal tempo. Seduto su quel gradino, cinquanta forse sessanta per quindici di profondità, il tempo non scorre, mi aspetta. Non posso sperare che venga a mannaia. Non posso chiedergli di andare avanti, di precedermi che poi lo raggiungo. No, non posso.

Mi sono rialzato spingendomi sul gradino successivo, altre volte sfruttando quello precedente. Solo al primo rialzarmi ho scosso la testa e strofinato capelli e spalle per ripulirmi dalla polvere. Un gesto dovuto ad un’idea, ad una convinzione, ad una speranza.

Noris, Bologna 2002

Estate

Estate è la penombra
di questa stanza,
le tende scosse dal vento,
la tua pelle scura,
il muoversi quieto
del tuo addome.
Nel meriggio
la voracità del sole,
il silenzio dell’ombra,
il tuo sguardo oscuro.

2015

Este no era el parón que pedíamos

Por Paula Bruna

Tantas veces he sentido el vértigo de una vida acelerada que me exigía producir, proyectar, gestionar, crear, comunicar, solicitar, innovar, estar al día profesionalmente (en mi caso, 2 profesiones), adaptarme a horarios y plazos de entrega ajustadísimos y llegar a fin de mes; y a la vez mantener el contacto social y familiar, atender mi casa, cuidar mi cuerpo y mi mente y procurar asistir a los eventos culturales y de ocio que considero imperdibles. Y mientras haces todos estos malabares y cuadras la agenda, además uno debe recordar ser feliz (como decía mi profesora de baile, “ya os sabéis la coreografía, ahora os falta disfrutarla”).

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