Cruzando puertas

En esta inmensa tristeza, desnudo ante la responsabilidad de ser, rendido a la eternidad sincera y piadosa que todo vuelve a colocar en su sitio, observo este vacío, denso y pleno cómo el cielo del desierto. No puedo verte, pero aquí estás. Tu ausencia es un árbol en flor. Gracias Abu Ali.

(Barcelona, 21/11/19)

Finimondo

Cinquanta giorni in Italia negli ultimi due mesi, non mi succedeva da 16 anni. Mi ritrovo in un paese saccheggiato, roso dall’impotenza e dalla rabbia, culla di bambini feroci. Più che un paese decaduto è un paese schiantato, che ha fatto del dramma una macchietta brutale e patetica.

Però, se prendo distanza e ascolto, mi ritrovo con la bellezza della sua lingua, ricca e giocosa. Briccone, andare a zonzo, finimondo, origliare, menare il can per l’aia, nullafacente, occhiolino, malmostoso, infuriato, battibecco, scavezzacollo. Ogni lingua è storia viva, affascinante ed evocatrice; ma questa, in bocca a un popolo che dalla storia è stato investito, sembra ora un eco lontano, una lingua estranea alla sua gente come lo è al conquistatore o all’algoritmo.

What are you doing?

Sigo sorprendiéndome de cómo en Barcelona el uso del inglés para titular exposiciones se haya vuelto un hábito tan extendido. Me pregunto si se trata de un conflicto lingüístico irresuelto o si más bien es un grito silencioso, la esperanza de que alguien más allá de estos muros, fuera de esta habitación pequeña y sofocante, esté allí escuchando nuestra fatigada voz.

Preguntas

¿Retrato el paisaje por su belleza o por la ausencia de lo humano?
¿Necesito elevarme o sólo se trata de no caer?

Cuanto más sufro la humanidad más disfruto la naturaleza, y cuanto más transcribo lo invisible en un lenguaje común –yo, traductor del ignoto–, más en lo humano puedo ver el destello del infinito.

(Caldetas, en un invierno barrido por la tramontana del verano)

ma_no 2018

Mehuertos oscuras rezandando

Estaba en el 2012 empezando a jugar con mis idiomas, improvisando poesía en un lenguaje efímero que existía sólo en el momento en el cual estaba escribiendo.  No tenía gramática ni reglas, sólo usaba un método sencillo con el cual podría llegar a escribir la historia incomprensible de mi vida.

Mehuertos oscuras rezandando.
Odiolor condolido anhielo.
Hilos ofíade zombie de reliquión m’huerta.

Ardorada llama me llamor, yo de tuamor replejo.

(Marco en Barcelona, 2012)

Insonnia

Nell’oscurità, riflessi di luce prendono forma, ombre di luce nel negativo del giorno. Finalmente si rompe l’insonne solitudine, appaiono maschere grottesche ridendo sguaiatamente, pastori silenziosi brancolando nel buio e con loro guide senza guida, un albero senza Natale, cinque dieci cento dita medie senza mezze misure. Tutto ciò a cui non ho pensato durante il giorno inizia a gridare assordante, una chiassosa comitiva di questioni posticipate si affaccia chiedendo attenzione. Provo a quietar la moltitudine con pensieri gradevoli, moti d’ottimismo, limpidi propositi e facili promesse.

Ladri! Fetidi ladri o voi che con il mio sonno fuggite, saltando pecore e schivando ciechi pastori ondeggianti nel buio. Dove fuggite o ladri, forse laggiù, dietro la collina dei sogni dimenticati, laddove giace il tempo perso? O forse è una corsa verso il nulla, un correre infinito, un eterno guardie e ladri con l’unico scopo di sfinire l’inseguitore? Che sia quindi, che inseguendo il sogno possa estenuato stramazzare al suolo (io da sempre un estenuato stramazzare) e trovare finalmente la stanca quiete del sonno.

ma_no, 2008

Giro in giro

I

Avanti, confusamente avanti. A tentativi e a tentoni, saltando ostacoli inciampando cadendo e rialzandomi o forse no, razzolando al suolo, mangiando terra e guardando il cielo.

II

In circolo, in recinto, in una stanza a volte buia e a volte illuminata da prossime luminescenze o da bagliori remoti.

Ora giro in giro, giro in circolo, costruisco e giro in circolo, tra pareti di cemento giro in giro.
A volte un bagliore, una luce riflessa, chissà un segno di vita, di vitalità, di un sentire o di una esistenza. Forse un pertugio o forse no, solo un luccichio d’umidità, una lento filtrare d’acqua.
Continuo a girar in giro. Ad ogni circonferenza la stanza è più piccola e girando in giro sempre più rapido sempre più stretto mi chiedo cosa sarà mai di me una volta al centro di una stanza che non più stanza è. Ormai immobile, ormai cieco e inerme, spero nel momento in cui imprigionato dalla ragione potrò finalmente innalzarmi libero, sospinto dalla follia più in là di questo recinto, più in là delle sue pareti di cemento, più in là del suo stesso isolamento.

(Barcelona, 2008)