Il cortile

La realtà rimastami incollata come un vestito bagnato, era ieri un cortile;
un cortile illuminato nell’ora che divide il giorno,
un cortile stretto da muri alti come muraglie,
muri grigi e opprimenti ma mai, mai invincibili,
neppure ora, nell’oscurità che unisce x con z e y,
soprattutto ora, nell’ora del finalmente.

(mn, Barcelona, 2010)

Le scale

Le scale sono ripide, i gradini si susseguono alternando altezze e spessori. In larghezza cinquanta, forse sessanta centimetri, quindici in profondità. Strofino la spalla destra sull’intonaco vecchio di decenni. Il tessuto ruvido raccoglie polvere e frammenti. Accumulo sporcizia con vanità, accolgo lordume gradino per gradino e me ne compiaccio.

Non mi arresto, il percorso è lungo, o almeno così mi dissero. Davanti a me l’oscurità onesta e impietosa non concede speranze o facili promesse. Alle mie spalle, spazzolate d’intonaco e oscurità ad accogliere i momenti di poco precedenti. Lascio che la polvere sollevata  si depositi nel buio e che tappeto diventi per un percorso che nessun occhio mai potrà svelare. Non ho fretta. Perché mai arrancare confondendo una meta certa con un percorso sconosciuto?

Ora sì, mi fermo spossato. Appoggio la schiena alla parete e mi riposo. Mi adagio sui talloni, strofinando la schiena lungo il muro e impolverandomi capelli e spalle. Momenti che scanditi appaiono regolari secondo un computo temporale prestabilito sono, lungo il percorso, distorsioni imprecise senza inizio né fine. Mi sono scoperto a ridere sguaiatamente nel dormiveglia. Appoggiato alla parete, testa china, ginocchia piegate, culo sporco. Non ricordo nulla di quei faticosi cedimenti. Sonni senza sogni, riposi senza ricordi. Solo sensazioni collose simili a racconti di vite estranee. Ho lasciato che il silenzio si riempisse di certezze, speranze, convinzioni intime non necessarie ad espressione. Inutilmente confessabili, inconfutabili, stinte fuori, cariche dentro. Rialzarsi non sempre è piacevole. Spesso faticoso, costretto dal tempo. Seduto su quel gradino, cinquanta forse sessanta per quindici di profondità, il tempo non scorre, mi aspetta. Non posso sperare che venga a mannaia. Non posso chiedergli di andare avanti, di precedermi che poi lo raggiungo. No, non posso.

Mi sono rialzato spingendomi sul gradino successivo, altre volte sfruttando quello precedente. Solo al primo rialzarmi ho scosso la testa e strofinato capelli e spalle per ripulirmi dalla polvere. Un gesto dovuto ad un’idea, ad una convinzione, ad una speranza.

Noris, Bologna 2002

El joven de Sinibald

Cuenta la leyenda que en época lejana, un joven atrevido pudo cruzar el negro puente del Infinito, una oscura y lucida extensión de piedra volcánica que unía las orillas del este con las del ocaso. Tierra adentro, perdido el origen y olvidada la dirección de su camino, el joven de Sinibald se refugió en una cueva a los pies del macizo de los Recuerdos Blancos. Decidió quedarse allí, encerrado en las entrañas de la montaña, esperando el salir del sol para volver a emprender su camino. Pero cruzando el Infinito, el joven de Sinibald no perdió sólo el espacio y la orientación, sino también el tiempo. Desde entonces y por la eternidad, sigue allí nuestro joven, encerrado en una cueva más allá del puente del Infinito, esperando la llegada del día después para volver a ver la luz de Sinibald.

(Texto escrito para el taller de Tono Carbajo,  República de Sinibald , deriva a bordo del paquebote Santa Eulalia y cofradía de pescadores de Barcelona, 13 de junio de 2019)

mn – Barcelona, 2019

Finimondo

Cinquanta giorni in Italia negli ultimi due mesi, non mi succedeva da 16 anni. Mi ritrovo in un paese saccheggiato, roso dall’impotenza e dalla rabbia, culla di bambini feroci. Più che un paese decaduto è un paese schiantato, che ha fatto del dramma una macchietta brutale e patetica.

Però, se prendo distanza e ascolto, mi ritrovo con la bellezza della sua lingua, ricca e giocosa. Briccone, andare a zonzo, finimondo, origliare, menare il can per l’aia, nullafacente, occhiolino, malmostoso, infuriato, battibecco, scavezzacollo. Ogni lingua è storia viva, affascinante ed evocatrice; ma questa, in bocca a un popolo che dalla storia è stato investito, sembra ora un eco lontano, una lingua estranea alla sua gente come lo è al conquistatore o all’algoritmo.

What are you doing?

Sigo sorprendiéndome de cómo en Barcelona el uso del inglés para titular exposiciones se haya vuelto un hábito tan extendido. Me pregunto si se trata de un conflicto lingüístico irresuelto o si más bien es un grito silencioso, la esperanza de que alguien más allá de estos muros, fuera de esta habitación pequeña y sofocante, esté allí escuchando nuestra fatigada voz.

Preguntas

¿Retrato el paisaje por su belleza o por la ausencia de lo humano?
¿Necesito elevarme o sólo se trata de no caer?

Cuanto más sufro la humanidad más disfruto la naturaleza, y cuanto más transcribo lo invisible en un lenguaje común –yo, traductor del ignoto–, más en lo humano puedo ver el destello del infinito.

(Caldetas, en un invierno barrido por la tramontana del verano)

ma_no 2018

Mehuertos oscuras rezandando

Estaba en el 2012 empezando a jugar con mis idiomas, improvisando poesía en un lenguaje efímero que existía sólo en el momento en el cual estaba escribiendo.  No tenía gramática ni reglas, sólo usaba un método sencillo con el cual podría llegar a escribir la historia incomprensible de mi vida.

Mehuertos oscuras rezandando.
Odiolor condolido anhielo.
Hilos ofíade zombie de reliquión m’huerta.

Ardorada llama me llamor, yo de tuamor replejo.

(Marco en Barcelona, 2012)

Insonnia

Nell’oscurità, riflessi di luce prendono forma, ombre di luce nel negativo del giorno. Finalmente si rompe l’insonne solitudine, appaiono maschere grottesche ridendo sguaiatamente, pastori silenziosi brancolando nel buio e con loro guide senza guida, un albero senza Natale, cinque dieci cento dita medie senza mezze misure. Tutto ciò a cui non ho pensato durante il giorno inizia a gridare assordante, una chiassosa comitiva di questioni posticipate si affaccia chiedendo attenzione. Provo a quietar la moltitudine con pensieri gradevoli, moti d’ottimismo, limpidi propositi e facili promesse.

Ladri! Fetidi ladri o voi che con il mio sonno fuggite, saltando pecore e schivando ciechi pastori ondeggianti nel buio. Dove fuggite o ladri, forse laggiù, dietro la collina dei sogni dimenticati, laddove giace il tempo perso? O forse è una corsa verso il nulla, un correre infinito, un eterno guardie e ladri con l’unico scopo di sfinire l’inseguitore? Che sia quindi, che inseguendo il sogno possa estenuato stramazzare al suolo (io da sempre un estenuato stramazzare) e trovare finalmente la stanca quiete del sonno.

ma_no, 2008