Le scale

Le scale sono ripide, i gradini si susseguono alternando altezze e spessori. In larghezza cinquanta, forse sessanta centimetri, quindici in profondità. Strofino la spalla destra sull’intonaco vecchio di decenni. Il tessuto ruvido raccoglie polvere e frammenti. Accumulo sporcizia con vanità, accolgo lordume gradino per gradino e me ne compiaccio.

Non mi arresto, il percorso è lungo, o almeno così mi dissero. Davanti a me l’oscurità onesta e impietosa non concede speranze o facili promesse. Alle mie spalle, spazzolate d’intonaco e oscurità ad accogliere i momenti di poco precedenti. Lascio che la polvere sollevata  si depositi nel buio e che tappeto diventi per un percorso che nessun occhio mai potrà svelare. Non ho fretta. Perché mai arrancare confondendo una meta certa con un percorso sconosciuto?

Ora sì, mi fermo spossato. Appoggio la schiena alla parete e mi riposo. Mi adagio sui talloni, strofinando la schiena lungo il muro e impolverandomi capelli e spalle. Momenti che scanditi appaiono regolari secondo un computo temporale prestabilito sono, lungo il percorso, distorsioni imprecise senza inizio né fine. Mi sono scoperto a ridere sguaiatamente nel dormiveglia. Appoggiato alla parete, testa china, ginocchia piegate, culo sporco. Non ricordo nulla di quei faticosi cedimenti. Sonni senza sogni, riposi senza ricordi. Solo sensazioni collose simili a racconti di vite estranee. Ho lasciato che il silenzio si riempisse di certezze, speranze, convinzioni intime non necessarie ad espressione. Inutilmente confessabili, inconfutabili, stinte fuori, cariche dentro. Rialzarsi non sempre è piacevole. Spesso faticoso, costretto dal tempo. Seduto su quel gradino, cinquanta forse sessanta per quindici di profondità, il tempo non scorre, mi aspetta. Non posso sperare che venga a mannaia. Non posso chiedergli di andare avanti, di precedermi che poi lo raggiungo. No, non posso.

Mi sono rialzato spingendomi sul gradino successivo, altre volte sfruttando quello precedente. Solo al primo rialzarmi ho scosso la testa e strofinato capelli e spalle per ripulirmi dalla polvere. Un gesto dovuto ad un’idea, ad una convinzione, ad una speranza.

Noris, Bologna 2002

La finestra sul cavedio

Seduto in silenzio
ascolto il quieto sussurrare
della finestra sul cavedio.

In ordine sparso

percussioni
voci maschili, non italiane
voce femminile italiana, da televisione
motorino
piccioni in amore
macina caffè
un altro motorino
lavaggio manuale di stoviglie
cantante femminile di lingua inglese
ancora piccioni in amore
voce di giovane uomo italiano.

Lo scroscio improvviso
silenzia il mondo.

 

Marco Noris, Bologna, 2002